Stefano Fantacone, direttore della ricerca del Centro Europa Ricerche (CER), presenta uno studio sull’impatto dell’ulteriore allargamento dell’Unione europea verso i Paesi dell’Est e dell’area post-sovietica sui fondi di coesione destinati alle regioni italiane. Lo studio, realizzato su iniziativa dell’eurodeputato Danilo Della Valle (M5S) e commissionato dal gruppo The Left, calcola che con un allargamento a dieci Paesi, inclusa l’Ucraina, la Sardegna perderebbe il 58% degli attuali fondi europei, la Campania il 32%, la Puglia il 31%, le Marche il 47% e la Sicilia il 29%.
Per Fantacone, lo studio del CER nasce dalla necessità di rivalutare un processo che “fino a un certo punto è sembrato quasi naturale, quasi fisiologico, super fluido, con benefici per tutti” e che nel tempo “è diventato molto più complesso, molto più articolato, con conseguenze non sempre adeguatamente valutate”. Da qui la scelta di dare “una valutazione abbastanza critica” della prospettiva di ulteriore allargamento.
La ragione della criticità, sintetizza il direttore della ricerca, sta nella natura diversa dei nuovi candidati: “Una cosa è fare l’allargamento verso Paesi come Spagna, Portogallo, ma anche la Grecia, che avevano un’affinità storica, culturale, ma anche di modelli di mercato molto più simili a quelli dei core countries. Altra cosa è allargare a tutti i Paesi dell’ex blocco sovietico”, che “hanno sistemi di preferenza sociale molto diversi da quelli dei core countries”, oltre a “questioni irrisolte tra di loro”.
Il caso Ucraina e l’impatto sulle regioni italiane
Fantacone individua nell’Ucraina “il problema più spinoso” tra i nuovi possibili ingressi, “sia per le dimensioni del Paese, sia perché un’ammissione avverrebbe in un momento di post-conflitto, con un Paese da ricostruire” e con “redditi pro capite molto più bassi di quelli del 2022”. L’ingresso di Paesi con reddito pro capite inferiore a quello delle regioni italiane, spiega il ricercatore, “comporta una ridefinizione dei criteri di accesso ai fondi strutturali” e “tende a riposizionare le regioni italiane”, escludendone una parte importante dall’allocazione delle risorse.
Sui numeri, Fantacone è puntuale: “Se dovesse entrare anche l’Ucraina, ci sono regioni come il Molise o la Sardegna che potrebbero perdere quasi il 60% dei fondi attuali, il 58% per la precisione”. Perdite rilevanti riguarderebbero anche altre regioni: “L’Abruzzo perderebbe il 50% delle attuali risorse dei fondi strutturali, Umbria e Marche fra il 47 e il 48%”. Il ricercatore precisa che si tratta di stime calcolate “a parità di bilancio attuale”, in un contesto in cui “dalla discussione che c’è ora in Europa non sembra esserci una grande propulsione ad allargare” il bilancio comunitario.
Non solo economia: il peso delle preferenze politiche
Per Fantacone il tema dell’allargamento “non è solo economico, è anche un tema di preferenze politiche e sociali”. Il ricercatore cita il caso della Serbia come esempio di un Paese “politicamente più lontano dal consenso europeo”, precisando di non voler esprimere “un giudizio di merito”: “È pienamente legittimo che ogni Paese abbia un suo diverso sistema di preferenze politiche”, ma questo “va tenuto in conto”, perché “non è scontato che l’ingresso in Europa porti a un riavvicinamento alle preferenze politiche dei core countries”. Il rischio, avverte, è opposto: “Potrebbe venirsi a creare un blocco con preferenze politiche molto diverse dai core countries”, una possibilità legittima ma che rappresenta comunque “un costo di cui tenere conto nell’allargamento”.
Tempistiche e misure compensative
Sui tempi dell’impatto, Fantacone stima che gli effetti si manifestino “con un ritardo di circa un ciclo di programmazione”, dunque entro sette anni: “Se l’allargamento avvenisse oggi, andrebbe a impattare già sul ciclo del 2027 in avanti”.
Sulle possibili contromisure, il ricercatore non lascia margini di ambiguità: “Le misure compensative passano necessariamente per un allargamento del bilancio. Senza di quello, è difficile pensare a misure compensative”, trattandosi in sostanza di “un tema di algebra della distribuzione delle risorse”.
Il principio dei rendimenti decrescenti
Fantacone chiude la riflessione richiamando un principio economico generale: “Tutti i fenomeni economici hanno rendimenti decrescenti: portano tanti vantaggi all’inizio e sempre meno con il tempo”. Anche l’allargamento europeo, spiega, ha seguito questa dinamica: “I vantaggi tendono a diminuire man mano che il processo va avanti, soprattutto per i Paesi fondatori”.
Il ricercatore non contesta la legittimità politica di un impegno dei Paesi fondatori a sostenere l’unità e la stabilità del progetto europeo, ma chiede che i costi vengano valutati caso per caso: “L’atteggiamento resta un po’ quello delle origini: si considera a prescindere che questi costi siano affrontabili. Non è così: quando si spostano gli equilibri, non è detto che si trovi un punto di equilibrio superiore a quello da cui si parte”. Per Fantacone, questi costi “vanno quantomeno portati alla discussione e a conoscenza della comunità pubblica”.

